Su Facebook ci si stupisce del fatto che Travaglio adesso faccia spettacoli al teatro Olimpico, “anche lui adesso è un fenomeno da baraccone” come se quello che fa fuori dai palchi fosse qualcosa di diverso da un imbonimento da piazza…
Ma insomma, quanto ci si vuole mettere a capire che i Travaglio, i Grillo e i No B Day non hanno nessuna utilità nel ricostruire la politica del paese, ma contribuiscono invece ad affossarla (e quindi, in ultima analisi, fanno un gran favore a Berlusconi)?
Ma come, mi dite: passi Grillo, passi Travaglio, ma il popolo viola è un’iniziativa di ‘e-democracy’, senza leader, dal basso, è la nuova politica che viene! Va bene, ammettiamo che sia senza leader, e che sia ‘dal basso’; ma qual’è il senso dell’agire dal basso se poi il contenuto e le modalità dell’azione stessa non fanno che ribadire l’approccio alla questione già ampiamente diffuso dall’alto dei pulpiti dei GrilloTravaglioMauro (approfondimento analitico: 0 %; PANZA: 1.000.0000.000 %)?
E sarebbe questa la nuova politica? A me sembra piuttosto la ANTI-politica che si appropria delle possibilità interattive offerte dalle ‘nuove tecnologie’ e si rende infine capace di proliferare autonomamente dai canali mediatici che l’hanno generata…
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In questo articolo intitolato “1968 memorie di un operaista” si legge quanto segue: “Il terreno di analisi delle muove professioni industriali era già inquinato dalle prime teorie post-industrialiste secondo le quali i blue collars stavano estinguendosi ed i white collars li avrebbero sostituiti. Queste teorie post-industrialiste trovavano larghissima eco, nel movimento operaio, in quello studentesco, nella cultura della sinistra in genere. Opporre a queste teorie un’analisi della situazione centrata invece sulla complementarietà di white e blue collars, cioé sull’unità politica e storica della forza-lavoro piuttosto che sulla sua divisione e reciproca esclusione non era facile. Per allora vincemmo noi, meno famosi dei Mallet e dei Wright Mills, e riuscimmo a rimandare di un decennio la fortuna delle teorie post-industrialiste nel nostro paese. Vincemmo perché la nostra impostazione consentiva di creare iniziative e movimento, l’altra creava solo paralisi e chiacchiere sociologiche”.
Notare la disinvoltura con cui la considerazione degli effetti “pratici” di una determinata teoria possa cancellare del tutto qualsiasi eventuale domanda in merito alla giustezza o meno della teoria in sé e per sé…
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Sebbene non recente, questo editoriale di Beppe Colli pubblicato sulla sua ottima rivista on-line Clouds and Clocks, merita una trattazione approfondita, in quanto tocca in modo molto intelligente una serie di problemi tutti reali e della massima importanza per le attuali prospettive della produzione musicale ‘indipendente’ (cosa che attualmente, negli ambiti della critica musicale, almeno in Italia, non accade praticamente mai), ed è per questo un ottimo spunto di riflessione.
Il testo prende spunto da una microstoria di ordinaria amministrazione della scena musicale ‘indipendente’, ossia la chiusura del locale newyorchese Tonic, ponendola in relazione con il fenomeno generale della ‘gentrificazione’, e passando poi a sviluppare una serie di argomentazioni più generali sullo status economicamente problematico della scena musicale ‘sperimentale’ attuale e sulla tendenza crescente, da parte dei musicisti, a propendere per ipotesi di sostegno pubblico alla produzione artistica. Continua a leggere
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“A notre époque le fonctionnalisme, qui est une expression nécessaire de l’avance technique, cherche à eliminer entiérement le jeu, et les partisans de l’ “industrial design” se plaignent du pourrissement de leur action par la tendance de l’homme au jeu. Cette tendance, bassment exploitée par la commerce industriel, remet immédiatement en cause les puls utiles résultats, en exigeant de nouvelles présentations. Nous pensons bien qu’il ne faut pas encorager le renouvellement artistique continu de la forme des frigidaires. Mais le fonctionnalisme moralisateur n’y peut rien. La seule issue progressive est de libérer ailleurs, et plus largement, la tendance au jeu. Continua a leggere
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Forse dai testi delle canzoni “pop” contemporanee si può ricavare qualche insight sui modi attualmente diffusi di percepire gli universi del lavoro, della produzione, del fare? Proviamo con questa: che cosa ci suggerisce? Continua a leggere
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Visto che siamo in dirittura d’arrivo, questo è il mio personale elenco degli album più significativi del decennio, in ordine (più o meno) cronologico: Continua a leggere
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Esistono le musiche. Esiste un’idea di musiche che le riassume, ma che non avrebbe vita senza le musiche (Giuseppe Chiari).
Devo ammettere che, ultimamente, sempre più qui sul blog mi andrebbe di occuparmi di musica, anzi di musiche. Quelle che ci sono, che esistono: i dischi che escono, i concerti che si fanno, i musicisti di cui si scrive e si parla (e quelli di cui non si scrive e non si parla). Quello che c’è in giro, insomma. Questo, anche perchè mi sembra che ci sia l’esigenza di fare in qualche modo il punto della situazione: si dice e si ripete che il livello qualitativo della musica attuale è in caduta libera. E’ così o no? E se lo è, in quali aspetti si manifesta la caduta, e a che cosa è dovuta? Continua a leggere
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