Alternativo, mainstream, bianchi, neri e rimastoni

2 07 2009

Avrete intuito che amo molto gli Steely Dan. Un altro grande loro fan, e cioè Chris Cutler, quando in occasione di un suo viaggio negli States parlò della sua passione per il duo costituito ormai quasi quarant’anni fa da Donald Fagen e Walter Becker a uno degli arditi sperimentatori eterodossi con cui si trovava in quell’occasione a collaborare, si sentì dire per tutta risposta: “Ma sei pazzo!?” Scoprì così che una formazione che in Europa è seguita da un selezionato pubblico di raffinati intenditori – e a ragione, dato che è responsabile di uno dei più ricercati ed elaborati approcci alla forma-canzone tra quelli oggi in circolazione, per quanto riguarda sia i testi che le musiche – negli Stati Uniti è invece essenzialmente assimilata all’AOR (acronimo di Adult Orented Rock), cioè quel genere che si distingue appena dall’Arena Rock (ossia il rock becerissimo e pestone suonato nei primi anni ‘70 da gruppi come Boston, Foreigner, Journey e Toto) per una certa (minima) qual cura in più nei testi e negli arrangiamenti. Qualcosa che sta appena un gradino sopra il peggio, ma che non per questo smette di essere in sé e per sé di livello miserrimo e di cattivissimo gusto. E per giunta, irredimibilmente mainstream. Ma qual’è davvero il pubblico degli Steely Dan? Un suo campione presumibilmente abbastanza rappresentativo lo si può vedere in questo video (link) tratto da un concerto dal vivo registrato a Clarkston (Michigan) nel 2003. Effettivamente se si osserva senza lasciarsi distrarre troppo dalla musica, si può vedere un pubblico composto per la stragrande maggioranza da coppie tra i quaranta e i cinquanta dal look assolutamente privo di qualunque connotazione alternativa e dall’aria non particolarmente intellettuale e neanche molto metropolitana (ma Clarkston MI non deve essere esattamente una megalopoli), che battono le mani e cantano i testi che conoscono a memoria con evidente soddisfazione. Una omogeneità rotta soltanto dalla occasionale presenza di qualche sparuto rimastone (cioè qualcuno che era giovane ai tempi della gloriosa stagione del flower-power e che in cuor suo da lì non si è più mosso, senza notare che nel frattempo è successo dell’altro, come si evince facilmente dalle caratteristiche del suo abbigliamento e della sua evidentemente scarsa frequentazione dei barbieri). Non ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di un po’ più radical-chic per un gruppo che prende il nome da un dildo di cui si narra su “The Naked Lunch” di William Burroghs?

Ma perchè la visione di quel pubblico mi turba? Dunque sono ancora così snob? Mioddio!
Forse il fatto è che se la propria massima aspirazione di musicista è portare avanti una ricerca artistica che ambisca ad elevarsi qualitativamente al di sopra delle banalità dei prodotti più commerciali sarebbe confortante sapere che tra il pubblico che si entusiasma per i Toto e per Steve Perry e gli oscuri e criptici cenacoli para-avanguardistici c’è qualcosa in mezzo. E invece alla vista di quel pubblico si deve forse concludere che in mezzo non c’è niente, e che se un gruppo che fa una musica ricercata e particolare come gli Steely Dan vuole evitare di avere come uniche alternative possibili le cantine pulciose o i concerti nei campus universitari, non c’è altra scelta che cercare di rientrare in qualche macro-scatolone come quello dell’AOR, insieme a cose venire accostati alle quali non si può dire gioverebbe al rafforzamento della propria autoimmagine di sofisticati cultori dell’eterodosso (sarebbe interessante capire se da questo punto di vista la nascita della scena indie negli anni ‘90 ha migliorato la situazione o se invece l’ha resa ancora più problematica).

Ma guardando il pubblico degli Steely Dan in quel video sorge spontanea anche un’altra osservazione: se sul palco ci sono perlomento quattro persone se non di più – una bassista, un sassofonista e due coriste – il cui colore della pelle è nero, il pubblico è interamente composto da persone di pelle bianca. Anche questo è curioso, dato che gli Steely Dan esemplificano un’intelligenza nel relazionarsi alla cultura musicale nera che nel mondo rock è piuttosto rara. Nella storia del rock – un genere musicale inventato da neri e commercializzato da bianchi – l’approccio più comune dei bianchi verso la musica nera è stato caratterizzato dalle strategie dell’appropriazione, della dissimulazione e della banalizzazione: si comincia a fare uso di un genere che fino a quel momento era patrimonio esclusivo della comunità nera e ci si pone nei confronti di esso come se fosse stato inventato da bianchi, si riducono o cancellano tutte le componenti espressivamente troppo caratterizzate in senso etnico e troppo chiaramente riconducibili alla cultura nera, e infine si realizza con questi presuposti una musica più banale e semplificata, che incontra più facilmente il gusto bianco. Gli Steely Dan fanno praticamente l’opposto: non hanno fatto mai mistero del loro amore per la musica nera, della cui tradizione hanno assimilato ed approfondito molteplici aspetti ed elementi (a partire dal jazz, quello di Ellington in particolare, per arrivare al rythm & blues, al soul e al funk), cercando di conservarne nella loro musica la ricchezza espressiva originaria, anche se filtrandola e adattandola attraverso la loro sensibilità di musicisti bianchi, e anzi accostandola alle soluzioni più riuscite della musica americana bianca dello scorso secolo: dove altro si trova altro un gruppo pop-rock le cui progressioni armoniche sono paragonabili per complessità e ricchezza a quelle del pianismo di Bill Evans, il cui feel è paragonabile per understatement a quello del più raffinato cool jazz di Paul Desmond o di Chet Baker, e la cui concezione della forma-canzone è così vicina a quella dei songs di Jerome Kern o di Cole Porter (tutte cose di cui non è particolarmente esemplificativo il video di cui sopra, dato che il brano che vi si ascolta è recuperato dai primordi della produzione del gruppo e quindi un tantino acerbo, ma che sono ampiamente riscontrabili in tutta la loro produzione successiva)? Insomma, la musica degli Steely Dan è una sintesi riuscitissima tra bianco e nero – come del resto, dall’altro lato, lo è quella di Prince – quindi io tenderei a considerarla come musica e basta. E però anche qui, non appena si passa dalla parte del pubblico, non si sfugge agli scatoloni: di fatto la loro resta musica da bianchi, “stuff white people like”. Questo ci porta ad alcune considerazioni più generali.

Non sorprende il fatto che in linea di massima la musica fatta da bianchi venga ascoltata più da bianchi che da neri e viceversa. Ma certamente le cose non stanno sempre e comunque così, e per rendercene conto basta considerare il fatto che esiste un immenso pubblico bianco per generi come l’R&B e l’Hip-Hop, e che attualmente il jazz ha un pubblico composto probabilmente più da bianchi che da neri. E i neri che ascoltano musica bianca, quanti sono, e che cosa ascoltano? L’apparenza che il pubblico nero sia molto più legato alla musica nera che a quella bianca sembra confermata dal fatto che ad esempio musicisti neri fortemente influenzati dalle pratiche dell’avanguardia colta bianca, come Anthony Braxton, si sono a volte dovuti difendere dalle accuse di voltare le spalle alla loro tradizione (ma è significativo che spesso i primi a rivolgere queste accuse siano stati i critici musicali bianchi, incapaci di accettare che un musicista nero possa trovare un suo specifico ed autonomo modo di accostarsi ad aspetti della tradizione musicale bianca). Peraltro un influsso bianco sulla musica afroamericana è sempre esistito, se pensiamo che il jazz stesso è già frutto di una sintesi – che non sarebbe mai esistita senza le circostanze che ne sappiamo essere all’origine. Ma questo influsso è attivo e verificabile ancora oggi, se consideriamo ad esempio che, al di fuori dell’ambito delle avanguardie, un genere come la “minimal-techno” (sia bianca che nera) non si sarebbe mai costituito senza il determinante influsso del teutonicissimo electro-pop dei Kraftwerk. E tuttavia, anche se come abbiamo visto, da ambo i lati i confini stilistici non sono affatto rigidi come sembrerebbe ad uno sguardo superficiale, il pubblico nero sembra comunque prediligere l’ascolto di musica realizzata da artisti neri. D’altronde se passiamo dall’altra parte dell’oceano le cose sembrano vieppiù complicarsi: di due gruppi che appartengono alla stessa scena e che fanno essenzialmente lo stesso genere di musica, Massive Attack e Portishead, il primo è prevalentemente costituito da inglesi giamaicani, mentre il secondo è interamente costituito da inglesi bianchi. Ma che senso avrebbe dire che la musica dei Massive Attack è nera e quella dei Portishead è bianca? E i loro rispettivi pubblici sono più bianchi o più neri? E come fare in modo che si verifichino sempre più occasioni di interazione e di incrocio e sempre più possibilità di sintesi sia sopra i palchi che sulle platee?


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2 risposte

3 07 2009
D.

ahhh respiriamo….pò di groove
è molto meglio… Grandi Steely Dan.
poi ci torno
a presto.
ok?

3 07 2009
intercapedine

Grandissimi Steely Dan!
meno male che almeno sui gusti musicali ci troviamo hehehehe!

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