L’edizione 2009 del Vancouver New Music Festival, dal titolo “Copyright/Copyleft”, è dedicata ai rapporti tra diritti d’autore e di proprietà intellettuale, nuove tecnologie e ricerca artistica.
Il programma prevede una nutrita presenza di artisti le cui pratiche e poetiche sono fortemente in tema, come John Oswald (teorico e sperimentatore della plunderphonia), People Like Us, Scanner, David Shea, Mark Hosler dei Negativland e Chris Cutler.
Sul sito del festival è inoltre disponibile un documento di approfondimento teorico intitolato “Copyright, left, right, left: Being in step with Economics and Technology”, che qui potete scaricare come pdf. Magari potrebbe essere interessante leggerlo – al momento non l’ho ancora fatto – e poi discuterne qui sul blog.
D’accordo, ma non posso parlarne prima di domani.
OK, l’ho letto. La parte iniziale a me solleva subito una curiosità (quando ci spiega che la legge della Regina Anna del 1710 era una limitazione del copyright, mentre nella Common Law il diritto sarebbe stato un “perpetual, exclusive right”. Boh. Non ho verificato ancora, ma se fosse vero, allora perché subito prima ci racconta che il copyright “non è sempre esistito, e non esisterà sempre”? Se era eterno sotto la Common Law, allora esisteva da un bel pezzo davvero).
Ma direi che è un testo che omette molte cose importanti. Ad esempio, tace (o meglio, lascia solo intendere) che il regime del copyright ha *consentito*, e non limitato, la circolazione delle idee, fino almeno al momento (il nostro) in cui le tecniche informatiche/elettroniche non hanno consentito l’abbattimento del costo di produzione e distribuzione dell’opera d’arte. E alla fine è molto singolare che ci dica che la democrazia, nel campo della conoscenza, sarebbe favorita dall’abolizione del copyright: è un po’ come dire che abolire i compensi nelle cariche politiche favorirebbe la democrazia (è esattamente il contrario: se elimini il compenso, ne deriva che gli unici a potersi dedicare alla politica saranno i ricchi). A meno di voler sostenere che il futuro è nel dilettantismo generalizzato (come peraltro lascerebbe intendere la perorazione finale, con la sua evocazione dei soliti immancabili Benjamin e Heidegger).
Che le pressioni per l’estensione temporale dei copyright abbiano raggiunto risultati assurdi è vero, ma non è una novità. E non è una novità nemmeno che il copyright sia il portato di una data evoluzione storica, e non una necessità logica. Ed è anche vero, ma non mi sembra una novità nemmeno questa, che come sarà il futuro dell’arte non lo sa ancora nessuno.
Insomma, la mia conclusione è che si tratta di un testo senza molto sugo. Ma forse sono io che l’ho letto troppo frettolosamente.
Io invece lo sto ancora leggendo… te ne dico domani.
a me questo testo mi sembra una fiera di affermazioni arbitrarie e non approfondite:
Intanto qui sembra che il diritto d’autore sia in tutto e per tutto una questione che riguarda esclusivamente gli interessi degli intermediari, e che non abbia niente a che fare con la tutela degli autori e del loro lavoro. E al riguardo, ha senso considerare la proprietà intellettuale – come fa questo scritto – sempre e comunque come una sottrazione di beni alla pubblica utilità? Lo è sempre e comunque nel caso degli elaborati artistici? Al riguardo, la situazione non è affatto semplice come sembra qui, e ci sono diversi artisti (anche fuori dall’ambito delle “celebrità” commerciali) che pongono vari distinguo (vedi ad es. qui: link). L’Open Source riguarda cose diversissime come software, medicinali, lavori artistici e probabilmente moltissime altre cose. Qui si fa un discorso univoco in cui si traspongono automaticamente delle considerazioni dall’ambito del licensing dei software a quello delle pratiche artistiche. Ha senso porre le cose in questi termini?
(KK, non sono sicuro di aver capito la relazione che poni tra copyright e abbattimento dei costi di produzione dovuto alle tecniche informatiche. Mi pare che qui – almeno secondo la prospettiva di questo scritto – in gioco sia soprattutto la *riproduzione*, a causa della facilità che offrono le tecnologie digitali di riprodurre copie identiche a costo praticamente nullo. Mi puoi spiegare meglio?)
Poi, ha senso considerare l’evoluzione dell’industria dei media e delle comunicazioni SOLO nella prospettiva di un restringimento degli spazi per la partecipazione di massa alla produzione e riproduzione della cultura? Ha senso vedere l’evoluzione delle corporations in generale sempre come una riduzione degli spazi democratici? Come iniziare a fare un discorso ’sensato’ sulla questione delle corporations?
Ancora: Subordinare l’opzione in favore della cultura libera a un’ipotesi di superamento del capitalismo senza un disegno complessivo di come arrivare a questo superamento e a come gestire il “dopo” non è un modo per scrollarsi di dosso le problematiche relative al favorire la cultura libera qui ed ora, nelle condizioni attuali?
E inoltre: La democrazia è favorita dall’abolizione del copyright? E’ favorita in tutti i casi? Sempre e comunque? La tua obiezione mi sembra molto giusta: come si fa a fare in modo che l’abolizione dei diritti d’autore – e quindi dei relativi guadagni che in molti casi sono la principale fonte di sostentamento – non faccia diventare la cultura territorio esclusivo di ricchi e di dilettanti? Notare che nel testo non si prova nemmeno a dare risposte a questo discorso, ci si limita ad affermare che, se tutti guadagnano meno, come per incanto ad una logica corporativa magicamente ne subentra una comunitaria, e così si è più poveri ma più liberi.
(en passant, forse la citazione di Heidegger è “ironica”, mentre quella di Benjamin è sicuramente “seria” ma mi sembra buttata là molto forzosamente)
Comunque questo testo mi sembra rappresentativo di un certo modo di occuparsi di queste cose, e la questione è sempre la solita: non si riesce a trovare un modo di occuparsi di una questione importante come quella dell’open source da una prospettiva meno banale, ludica e neo-bohemien del downloading della musica in rete, dei lavori amatoriali su youtube o di generici richiami alla ‘nostra libertà di fare cultura’, e a un certo momento una tale prospettiva banale viene legittimata come “attivismo politico” e ammantata di pseudo-avanguardisticità neosituazionistica (per esempio facendoci sopra un festival con tanto di riconoscimento del Canadian Council for the arts e del “Canadian Heritage”), e in questo modo si distoglie completamente l’attenzione sul fatto che l’open source abbia a che fare anche e soprattutto con faccende mooooooooolto più importanti di queste. E allora, come iniziare ad occuparsene in modo minimamente più intelligente?
Sì, mi riferivo soprattutto ai costi di riproduzione (cioè di produzione delle copie) e di distribuzione dell’opera. Peraltro, almeno in certi campi, le nuove tecnologie hanno consentito anche di abbattere i costi di produzione dell’originale. Ovviamente rimane il problema di come remunerare l’attività creativa in se’ e per se’.
[...] In compenso, il programma del festival prevedeva uno “hip-hop/new music summit”, e dato che al momento l’ambito hip-hop e annessi e connessi mi sembra quasi sicuramente più innovativo di quello della musica “colta”, mi chiedo come mai iniziative simili non siano organizzate più spesso (ad esempio, trovo scandalosa l’assenza anche di qualsiasi menzione all’hip-hop all’interno del festival Copyright/Copyleft, del quale si è parlato qui). [...]
@ KK
Lo so perfettamente che sto scoprendo l’acqua calda, ma mi sembra di capire che il punto di partenza per iniziare a risolvere il problema che poni è vedere come fare per impostare il sistema di remunerazione esclusivamente sulla base dei costi del servizio fornito e non su quella del valore delle idee, e se un sistema organizzato così può funzionare (“publish the recipe and open the restaurant”, as they say)…
A proposito: qui c’è la versione completa in mp3 di “Omaggio a Jerry Lee Lewis” (1975) di Richard Trythall (*), lavoro citato da Chris Cutler come esempio pionieristico di estetica ‘plunderphonica’ in un suo scritto sull’argomento.
(*) tratta dal suo sito.