Sebbene non recente, questo editoriale di Beppe Colli pubblicato sulla sua ottima rivista on-line Clouds and Clocks, merita una trattazione approfondita, in quanto tocca in modo molto intelligente una serie di problemi tutti reali e della massima importanza per le attuali prospettive della produzione musicale ‘indipendente’ (cosa che attualmente, negli ambiti della critica musicale, almeno in Italia, non accade praticamente mai), ed è per questo un ottimo spunto di riflessione.
Il testo prende spunto da una microstoria di ordinaria amministrazione della scena musicale ‘indipendente’, ossia la chiusura del locale newyorchese Tonic, ponendola in relazione con il fenomeno generale della ‘gentrificazione’, e passando poi a sviluppare una serie di argomentazioni più generali sullo status economicamente problematico della scena musicale ‘sperimentale’ attuale e sulla tendenza crescente, da parte dei musicisti, a propendere per ipotesi di sostegno pubblico alla produzione artistica.
Consideriamo la prima questione. Colli ricorda che la gentrificazione viene generalmente definita come “l’arrivo in una zona urbana di nuclei familiari ad alto reddito che a poco a poco rimpiazzano i residenti di reddito basso in numero sufficiente a cambiare il carattere sociale della zona”, e che all’interno di questo processo può accadere che “costruzioni che vengono considerate di alto valore culturale” corrano il rischio di essere rimpiazzate da grandi edifici destinati ad abitazioni o affari, e che questo è stato ad esempio il caso del Tonic, una delle fucine della cosiddetta “downtown music”, corrente tra le più attive e vitali della sperimentazione musicale ‘extra-accademica’ statunitense degli ultimi trent’anni, che ha avuto probabilmente il suo momento di massima espressione nel corso degli anni ottanta, ma è attiva anche oggi. A sostegno del Tonic, e per tentare di affrontare i problemi economici e logistici della musica ‘sperimentale’ a New York, è stata formata una coalizione di musicisti che si sono impegnati in azioni di pubblica sensibilizzazione sul problema, che non sono riuscite però ad impedire la chiusura del locale.
Per quanto riguarda la gentrificazione, la cosa in realtà è leggermente più complessa. Innanzitutto va notato che la diffusione di tali fenomeni in numerose città del mondo è una conseguenza non occasionale delle trasformazioni attraversate dall’economia e dalla tecnologia nel corso degli ultimi decenni, trasformazioni che configurano, anche all’interno dei singoli agglomerati urbani, assetti territoriali inegualmente sviluppati a seconda del grado di inclusione nei circuiti di interconnessione digitale a cui sono intimamente legate le nuove economie dell’informazione, con il conseguente sviluppo di nuove aree urbane che sono sia sede di centri produttivi legati ai servizi avanzati che zone abitative, ricreative e di consumo culturale per le nuove élite di operatori della conoscenza, mentre nello stesso tempo si espandono zone periferiche di sottosviluppo destinate ad ospitare quei settori della popolazione che nei nuovi assetti economici figurano in posizioni sfavorevoli. Il processo di gentrificazione ha quindi un carattere necessariamente contraddittorio e problematico: da un lato, le aree ‘rinnovate’ possono presentare caratteristiche di apertura sociale che favoriscono ad esempio una maggiore inclusione per gay e minoranze etniche, ma dall’altro lato i residenti ‘storici’ sono costretti ad abbandonare il quartiere e a trasferirsi in aree periferiche a causa dell’aumento insostenibile dei costi delle abitazioni recuperate e ristrutturate.
Inoltre bisogna considerare il fatto che il processo non avviene in modo lineare, ma a fasi successive: la prima ondata è costituita generalmente da giovani, studenti e artisti o semi-artisti attratti dai bassi prezzi e dall’eventualità di uno stile di vita ‘informale’. Sebbene questi primi ‘gentrificatori’ sono forse soggettivamente ben disposti alla convivenza con gli ‘originari’ abitanti della zona, non di meno costituiscono un ‘corpo estraneo’ all’interno di essa. In ogni caso, questo primo ‘insediamento’ innesca un processo di trasformazione del carattere della zona che dà poi avvio alle ondate successive, nelle quali si attivano progressivamente gli interessi di agenzie immobiliari, servizi commerciali e imprese attratte dall’idea di associare il proprio marchio ad un ambiente “nuovo” e “creativo”. Gradualmente la zona inizia ad essere abitata da residenti meno ‘anticonformisti’ e più accondiscendenti nei confronti del proprio status ‘borghese’, e nascono conflitti tra i nuovi arrivati e i ‘gentrificatori’ della prima ondata.
Ed è precisamente in questa fase del processo, e non prima, che possono sorgere casi come quello del Tonic, e innumerevoli simili. Ci troviamo di fronte, cioè, non a conflitti tra ‘gentrificatori’ da un lato e residenti ‘storici’ dall’altro, ma a conflitti ‘interni’ al processo di gentrificazione stesso, tra nuovi frequentatori o residenti della zona arrivati in tempi diversi e con diverse prerogative. E tuttavia, il processo generale che ha portato sia gli uni che gli altri nel quartiere è lo stesso. Schematizzando appena, possiamo dire che un qualche tipo di attitudine ‘artistica’ e ‘bohémien’ conduce i primi ‘gentrificatori’ ad associare le proprie azioni ad una visione notevolmente idealistica, per non dire romantica, di “autenticità”: gli stili di vita praticati nei “nuovi” ambienti sono percepiti come espressione di autonomia e di libertà nei confronti dell’inquadramento oppressivo delle regole di vita ‘borghesi’; i nuovi spazi – locali per concerti, ‘squats’, atelier di artisti, discoteche ‘alternative’, etc. – vengono considerati “zone temporaneamente autonome”; i processi produttivi che in quei luoghi avvengono – produzione di elaborati artistici, musicali, audiovisivi, gastronomici e di ogni altro genere, come anche di nuove forme di socialità e di sensibilità estetica – sono visti come forme di ‘antagonismo’ e di ‘resistenza’ nei confronti delle ragioni del profitto e del commercio rappresentate dalla ‘corporate culture’ e dai suoi prodotti. In realtà in tutto questo sembra essere in atto una sistematica sottovalutazione delle componenti sociali ed economiche che legano indissolubilmente la fase ‘anticonformista’ e quella ‘normalizzata’ del processo. Solo una visione drasticamente riduttiva delle costanti osservabili nel ‘pattern’ della gentrificazione può infatti lasciar concludere che quello per cui a un dato momento ai fatiscenti e pittoreschi atelier degli artisti ‘indipendenti’ subentrano le gallerie d’arte ‘hip’ e le agenzie di design e multimedia, gli ‘squats’ vengono trasformati in nuove abitazioni ristrutturate e ad alto prezzo o in uffici e ai locali ‘alternativi’ si sostituiscono nuovi club più esclusivi sia un processo dettato da fattori in qualche modo contingenti, occasionali – e quindi evitabile se si riesce ad opporre la giusta quantità di ‘resistenza’ – e non invece il prodotto di un movimento sistemico non contrastabile all’interno di un contesto economico di mercato.
La disamina dei fatti lascia poche alternative alla conclusione che ci si trovi in effetti di fronte a due facce diverse di un unico e medesimo fenomeno. La sfera socio-culturale “neo-bohémien” sembra essere dunque caratterizzata da una una configurazione duplice, le cui due estremità, quella ‘alternativa’, ‘contro-culturale’ e ‘anti-sistema’ e quella ‘hip’, ‘yuppie’ e ‘borghese’ costituiscono anche il punto iniziale e quello conclusivo del processo, all’interno del quale le dinamiche messe in moto nel corso della prima fase portano sistematicamente verso l’instaurazione della seconda (ma non viceversa). A legare e connettere le due, una serie di fattori comuni e unificanti – la ricerca di ‘flessibilità’, ‘creatività’ e ‘innovazione’, l’elevata richiesta di ‘performatività’ sociale e il valore cruciale accordato ai consumi ‘culturali’ e alla sfera mondana – che in definitiva hanno un più che solido radicamento nelle caratteristiche generali dei processi dell’economia della conoscenza e in quelle del mercato del lavoro post-industriale.
A questo punto va fatto presente che il particolare tipo di sviluppo urbanistico ‘deregolato’ rappresentato dalla gentrificazione, – che trasforma l’area in zona di insediamento delle nuove élite ‘creative’ e luogo di ritrovo di fighetti pseudo-alternativi e nello stesso tempo spinge gli ‘originari’ residenti in zone periferiche – non è l’unica strada che si offre per il recupero di un’area ‘disagiata’: sono ipotizzabili dei piani di ristrutturazione che – con il coinvolgimento delle istituzioni e della ‘società civile’ – consentano di recuperare e rinnovare le strutture abitative salvaguardando la presenza al loro interno di coloro che già vi abitavano.
Se il quadro tratteggiato sopra è realistico, non sembra così azzardata l’ipotesi che il fenomeno della gentrificazione possa essere visto per certi versi come un corrispettivo sul piano fisico e territoriale di quanto avviene sul piano più generale delle interazioni tra tendenze culturali e artistiche ‘ indipendenti’ e processi di mercato: l’unico strumento di ‘resistenza’ di cui le comunità culturali ‘alternative’ dispongono nei confronti della ‘mercificazione’ è la volontà soggettiva di ‘non compromettersi’, ma questa visione ‘semplice’ impedisce di comprendere pienamente il fatto che all’interno dei meccanismi di mercato esse ci sono già, che non hanno mai smesso di esservi dentro. Lungi dall’esserne ‘indipendenti’, le loro dinamiche si inseriscono in modo del tutto organico all’interno di quel generale movimento di ‘deregolamentazione’ culturale ed economica che produce classi “creative”, consumismi ‘hip’ e processi gentrificatori. E dunque, analogamente al fenomeno della gentrificazione, che sul piano urbanistico produce più problemi e contraddizioni e irrisolte che non soluzioni, quello specifico modo di considerare la cultura indipendente non offre nessuna soluzione alternativa ai problemi generati dalla ‘mercificazione della cultura’ e dalla ‘corporate culture’, ma è in sé stesso una componente di quegli stessi problemi. Cosa che ci porta alle considerazioni ulteriori contenute nell’articolo di Colli, che verranno trattate nella seconda parte di questo post.