Su Facebook ci si stupisce del fatto che Travaglio adesso faccia spettacoli al teatro Olimpico, “anche lui adesso è un fenomeno da baraccone” come se quello che fa fuori dai palchi fosse qualcosa di diverso da un imbonimento da piazza…
Ma insomma, quanto ci si vuole mettere a capire che i Travaglio, i Grillo e i No B Day non hanno nessuna utilità nel ricostruire la politica del paese, ma contribuiscono invece ad affossarla (e quindi, in ultima analisi, fanno un gran favore a Berlusconi)?
Ma come, mi dite: passi Grillo, passi Travaglio, ma il popolo viola è un’iniziativa di ‘e-democracy’, senza leader, dal basso, è la nuova politica che viene! Va bene, ammettiamo che sia senza leader, e che sia ‘dal basso’; ma qual’è il senso dell’agire dal basso se poi il contenuto e le modalità dell’azione stessa non fanno che ribadire l’approccio alla questione già ampiamente diffuso dall’alto dei pulpiti dei GrilloTravaglioMauro (approfondimento analitico: 0 %; PANZA: 1.000.0000.000 %)?
E sarebbe questa la nuova politica? A me sembra piuttosto la ANTI-politica che si appropria delle possibilità interattive offerte dalle ‘nuove tecnologie’ e si rende infine capace di proliferare autonomamente dai canali mediatici che l’hanno generata…
Perche’ prende piede l’anti-politica?
Forse perche’ la politica, nei fatti, si riduce alla distribuzione di prebende:
http://tinyurl.com/y8wkgj6
o a pagliacciate come questa, che piacciono molto al popolino…
per non parlare dei lodi escort trans e quant’altro…
hammu
OK, “l’antipolitica prende piede perché la politica, nei fatti, si riduce alla distribuzione di prebende”. Ammettiamo che sia vero (anche se a me piacerebbe sapere, se la politica non deve essere pagata, chi potrebbe farla: solo i miliardari o i pensionati? perché poi ci si lamenta se in politica ci vanno solo i vecchi, i Berlusconi o i Colaninno? Una volta, cioè fino all’ottocento, solo i ricchi facevano politica, proprio perché la politica – come molte altre attività, tipo quella diplomatica – era gratis; e *giustamente* si introdussero indennità varie proprio per consentire a TUTTI di accedere alle cariche politiche. Molto antidemocratico, neh? Va aggiunto che, in questo moralismo da due lire, spicca anche il professor Ainis che, nel suo ultimo libro, propone il superamento di un esame per accedere alle cariche politiche). E allora? L’antipolitica, per quanto la politica italiana possa far schifo (e FA effettivamente schifo) non è certo una risposta al degrado della politica: semmai lo aggrava.
Ma purtroppo il riferimento finale al “popolino” mi fa pensare che hammurabi abbia della politica un’idea peculiare, molto simile a quella dei travagli grilli ecc. (e forse anche di Ainis)
molto bene le “indennità”, ma di qui ad aumentarle fino a far raggiungere ad esse cifre che non solo salvano dalla poverta’ ma fanno diventare ricchi…beh ce ne corre.
Quelle dei parlamentari italiani, peraltro sono tra le piu’ alte d’Europa.
Guardiamo in faccia la realta’, oltre a ricordare sani e giusti principi.
>L’antipolitica, per quanto la politica italiana possa far schifo
>(e FA effettivamente schifo) non è certo una risposta al >degrado della politica: semmai lo aggrava.
L’una rafforza specularmente il degrado dell’altro, si chiama escalation simmetrica (Paul Watlawick)
>purtroppo il riferimento finale al “popolino” mi fa pensare che >hammurabi abbia della politica un’idea peculiare, molto simile >a quella dei travagli grilli ecc. (e forse anche di Ainis)
Beh, a vellicare il popolino si son messi un po’ tutti, caro compagno: travagli grilli e anche la compagnia Luxuria, che dal culturame musicale di Giorgio Battistelli è passata ai reality della Ventura.
Una grande vittoria per la sinistra, bravi.
Così come grande la vittoria della destra e dei radicali con Capezzone sulla rete del Padrone
hammu
Travaglio, Grillo, Luxuria, il culturame musicale, la Ventura, Capezzone e le reti del Padrone sono aspetti della stessa identica roba. Che è la ragione per cui tutto resta com’è.
Le questioni sono:
1) come facciamo a liberarcene
2) quali sono le alternative
Hammurabi ha qualche idea, dall’alto della sua regale babilonese sapienza?
Hammurabi non lo so, ma un’idea io ce l’avrei. Bisognerebbe vietare l’uso della parola “popolino”. Come diceva Williams in quel libro là (a proposito della parola “massa”), “il popolino sono sempre gli altri”.
> L’una rafforza specularmente il degrado dell’altro, si chiama escalation simmetrica
secondo me, questo è esattamente quello che è successo tra la sinistra “storica” e il “movimento” tra gli anni settanta e oggi. Le due si sono distrutte una con l’altra e il vuoto che è rimasto è riempito da nient’altro che chiacchiere e banalità mediatiche (di destra non meno che di “sinistra”). Dunque, che si fa?
“secondo me, questo è esattamente quello che è successo tra la sinistra “storica” e il “movimento” tra gli anni settanta e oggi. Le due si sono distrutte una con l’altra”
Secondo me invece no: la sinistra “storica” è stata fagocitata dai “movimenti”, che cercano di scimmiottare le parole d’ordine e gli slogan della sinistra “storica”, ma non sanno nulla delle politiche (o delle idee se è per questo) di quella.
Che poi la sinistra “storica” abbia la sua bella parte di responsabilità per essersi fatta fagocitare, è anche vero.
sono d’accordo con te – come sai – sul fatto che la sinistra sia stata “fagocitata” dai movimenti, però questo è successo soprattutto negli ultimi trent’anni, dal settantasette in poi. Prima ci sono stati diversi anni di confronti sempre più serrati tra sinistra e “movimenti”, che intorno alla metà dei settanta sono sfociati in uno scontro fisico, violento, militare, con morti, etc. tra questi e lo Stato – e la sinistra “storica” che si è identificata con le ragioni dello Stato (tutto quello di cui scrive De Luna nel suo libro).
Quello che per me è successo è che se fino a quel momento i “movimenti” avevano un notevole potere di mobilitazione sociale (le manifestazioni, le lotte, il legame con gli operai), nel passaggio tra il settantasette e la fine degli anni ottanta la situazione è precipitata – tragicamente, come sappiamo – e da quel momento in poi sostanzialmente i “movimenti” hanno smesso di essere una forza “sociale” e sono diventati una forza integralmente “culturale”, mediatica, giornalistica, etc. (tanto è che quel periodo è quello che viene comunemente definito “riflusso”: si rifluiva dal “sociale” ma intanto si era saldamente occupato il “culturale”, mi pare). Ed è a quel punto – e non prima – che quelle idee iniziano a diventare “luoghi comuni” e a fagocitare tutto, compresa la sinistra “storica”.
E’ chiaro che in tutto questo c’entrano molte altre cose, però secondo me se non si comprende che gli scontri, il sangue e tutto il resto hanno avuto un effetto in ogni caso drammatico su entrambe le parti, secondo me è difficile capire perché la situazione di oggi è quella che è.
Sono d’accordissimo sulla prima parte (come sai anche tu). Ma su quel che dici dopo non sono tanto sicuro. In particolare, non sono convinto che i ‘movimenti’ siano cambiati, da allora ad oggi. Né per la capacità di mobilitazione (ce l’avevano priam e ce l’hanno tuttora) né per la vocazione ‘culturale’ (c’era anche prima, in effetti- è vero che l’occupazione manu militari di media, cattedre ecc. è avvenuta dopo, ma l’influsso maggiore è stato di tipo culturale. Un fenomeno come Repubblica, per dire, non è spiegabile se non in termini di influsso dei e sui movimenti, a prescindere da chi sta in sella).
Inoltre, secondo me il fatto cruciale non è tanto nella cesura fra movimento pacifico e movimento violento (non sono sicuro di capire bene cosa intendi con la tua enfasi sugli scontri, il sangue ecc.; tra l’altro, il libro di De Luna l’ho trovato molto poco condivisibile), ma nella scomparsa della sinistra ‘storica’ dall’orizzonte politico/culturale. E’ questo il fenomeno che va spiegato, secondo me.
scusa la lunghezza, ma questo è un insieme di questioni a cui tengo molto, e che ritengo estremamente complesse e anche delicate, quindi vorrei essere chiaro.
Io nel ’77 avevo sette anni, quindi l’idea che posso essermi fatto della cosa deriva tutta da ricostruzioni a posteriori, a cui però mi sono dedicato con impegno sia leggendo che cercando di raccogliere il più possibile di esperienze dirette di chi le vicende di quegli anni le ha vissute.
A me pare che negli anni intorno al settantasette si siano verificate delle vicende che hanno drasticamente trasformato il ‘movimento’ sia sul piano del radicamento sociale che su quello del rapporto con la cultura: fino a quel momento le forme di mobilitazione sociale che lo contraddistinguevano erano essenzialmente legate alla piazza e alle lotte di fabbrica, mentre dopo – e in particolare dagli anni ottanta in poi – sono proseguite quasi esclusivamente nella sfera culturale (media, cattedre, tv, giornali, film, etc.); mentre l’aspetto ‘sociale’ – nel senso delle lotte – è venuto meno, il ‘culturale’ è cresciuto a dismisura.
Questo secondo me è della massima importanza, perché da quel punto in poi l’ “autopercezione” del movimento si è trasformata: fino al ’77 erano convinti di fare la rivoluzione; dopo si rendono conto che non ci riusciranno; il movimento inizia ad autopercepirsi come “sconfitto” sul versante della mobilitazione e si apre la fase “postmoderna” del cinismo, dell’ironia, del ripiegamento estetico-esistenziale, etc.
Mi dirai che queste cose erano presenti già prima: è vero, però se il ’68 e il suo prolungamento negli anni seguenti sono stati fenomeni complessi ed articolati sia sul piano sociale che culturale, a mio avviso il ’77 non ha fatto che radicalizzare gli elementi dissolutivi (e anti-marxisti) che erano presenti fin dall’inizio.
E questo secondo me ha avuto conseguenze notevoli proprio sul piano che tu indichi come cruciale. Se il movimento avesse continuato ad essere una forza socialmente alternativa alla sinistra ‘storica’, le sue idee avrebbero probabilmente continuato ad essere tenute ben distinte da quelle di quest’ultima. E’ solo quando invece le idee del movimento per così dire si “postmodernizzano” e smettono di essere specificamente associate con la dimensione della mobilitazione “rivoluzionaria”, che esse si genenalizzano e si trasformano nei nuovi luoghi comuni diffusi della sinistra (che diventa “ziniztra”). Per dirti, forse mi sbaglio, ma secondo me anche Repubblica – che triplica le sue vendite tra il ’76 e l’84 – non sarebbe stato un fenomeno così rilevante se non ci fosse stato il punto di svolta del ’77.
Come ripeto, per me in tutto questo c’entrano molte cose, non ultime la storia delle vicende delle lotte operaie degli anni settanta, quella dei rapporti tra queste e i movimenti e il modo in cui le condizioni produttive del lavoro hanno iniziato a trasformarsi a partire dagli anni ottanta in poi. Però sono assolutamente convinto che c’entri moltissimo anche il modo in cui lo Stato e la sinistra ‘storica’ hanno reagito alle contestazioni e alla politica dei movimenti. Voglio dire: il punto di vista dei movimenti poteva certamente essere molto discutibile, però la reazione delle istituzioni è stata la peggiore possibile, e questo – mi pare – ha trasformato una congiuntura sociale problematica in un disastro. Quando cominciano ad entrarci in mezzo morti e carceri la valutazione della questione non può restare inalterata. Anche io trovo molto poco condivisibile il libro di De Luna, però ritengo che sia una buona descrizione del modo in cui il movimento di per sé ha vissuto quelle vicende: quei morti e quelle incarcerazioni pesano, e non possono non pesare; e tra l’altro, come anche il libro di De Luna esprime molto bene, il risentimento generato da quegli esiti violenti alimenta ancora oggi un irrigidimento identitario che rende estremamente difficile l’apertura di una disamina critica dei fatti da parte di chi li ha vissuti.
E un’altra cosa ancora: io capisco bene che per te il fattore cruciale è capire perché la sinistra ‘storica’ si è politicamente e culturalmente dissolta; ma per me invece è altrettanto importante approfondire la storia dei ‘movimenti’ in quanto tale. E’ importante proprio per me, personalmente, perché so che la prospettiva sulle cose e sul mondo che ho condiviso per gran parte della mia vita – e che ha orientato gran parte delle mie scelte, compreso quello che suono quando faccio musica – è un “prodotto” di quella storia. E quindi approfondirla mi è necessario se voglio riuscire a comprenderne criticamente i presupposti anziché darli per scontati.
Ma guarda che io sono d’accordo! D’altronde è impossibile* capire l’autoaffondamento della sinistra ‘storica’ senza studiare la storia dei movimenti.
) è che mentre una parte dei movimenti nel 77 si dava alla lotta armata o al gruppettarismo tipo LC, un’altra parte dei movimenti – quella ‘artiste’, diciamo – si impadroniva delle braccia culturali dei partiti di sinistra (PSI e PCI da noi, in Francia il PSF soprattutto) e poi dei partiti stessi. E’ un processo che è cominciato già alla fine degli anni Sessanta, e che ha a che fare nientemeno che con la dissoluzione del marxismo all’interno dei partiti di sinistra.
Ma proprio perché vogliamo studiare i movimenti, secondo me non dobbiamo dimenticare che si trattava di fenomeni non univoci. Ad es., non vanno sottovalutati tutti quegli autori (tra cui moltissimi protagonisti del 68) che ci dicono concordemente che il 68 *non era una rivoluzione*. E’ chiaro che le istanze di cambiamento, anche radicale, c’erano eccome; ma non erano rivolte (o non prioritariamente) alla conquista del potere politico. D’altronde un fenomeno assolutamente globale come il 68, che si è verificato contemporaneamente in regimi politici i più diversi (Italia, USA, Messico, Cecoslovacchia, ecc.), oltre ad essere di necessità variegato, deve altresì essere stato motivato da obiettivi diversi che non un rivolgimento politico.
La questione della mobilitazione a me non sembra cruciale, anche se forse mi sbaglio. Quante ne abbiamo viste di mobilitazioni di piazza dal 77 ad oggi? Millanta, credo. Poi certo, la fabbrica è un’altra storia – ma lì il discorso è semmai quanto “conta” la fabbrica, o la classe operaia se è per questo: ed è un discorso lungo ma anche diverso.
La mia ipotesi di lavoro al momento (ma la cambio a ogni libro che leggo
*Fermo restando – ovviamente- che tutto quello che andiamo dicendo è solo una ipotesi di lavoro: affascinante, intelligente, tutto quello che vogliamo, ma che però potrebbe ugualmente rivelarsi sbagliata.
Ok. Però c’era *anche* il rivolgimento politico. E in più io ho l’impressione che la tendenza di quegli autori di cui parli a negare che il sessantotto volesse essere una “rivoluzione” sia in gran parte una reinterpretazione con senno di poi. Al momento secondo me la volontà di rovesciare tutto c’era eccome, anche se forse non era affatto chiaro che che cosa si sarebbe voluto mettere al posto di quello che c’era.
La questione della mobilitazione credo sia legata anche ad una questione di “visibilità”: negli anni settanta l’ ‘immaginale’ delle lotte e della contestazione aveva letteralmente invaso tutti i piani della comunicazione sociale: lo trovavi negli abiti, nel linguaggio, nella continuità quotidiana delle ‘lotte’, negli stili di vita diffusi. Con gli anni ottanta, il “riflusso” ed il craxismo tutto cambia: emergono e si affermano nuovi valori e stili di vita orientati all’ostentazione della ricchezza e del successo personale, dell’imprenditorialità, dell’individualismo rampante, dell’effimero (ti ricordi il famoso “edonismo reaganiano”?). Ora, secondo me tra il “riflusso” e i movimenti c’è un rapporto ben preciso, e quello è in qualche modo un prodotto degli esiti delle vicende di questi. Però questo non toglie che quella fase – vedi ancora il capitolo di De Luna sulla “Glaciazione degli anni ottanta” sia stata vissuta dal movimento come una sconfita. Quello che secondo me loro non capiscono è che quella sconfitta ‘politica’ è stata un trionfo sul piano della cultura diffusa, e che nella lunga durata ha comportato la dissoluzione della sinistra ‘storica’.
Sulla tua ipotesi ti correggo solo per quello che riguarda il ‘gruppettarismo’: LC si è sciolta nel ’76, Potere Operaio ancora prima, e negli anni immediatamente precedenti al ’77 l’unica forma di movimento in qualche modo strutturata, sebbene in modo molto informale, era la cosiddetta ‘autonomia organizzata’. Dopodiché credo che da quel momento in poi i gruppetti superstiti siano sempre stati una realtà del tutto marginale e ininfluente.
un’altra cosa importante: secondo me il lavoro di fabbrica e la classe operaia “contano” moltissimo, perché fino a quando il terreno ‘privilegiato’ dello scontro era quello i movimenti hanno dovuto necessariamente mantenere aperto un qualche tipo di rapporto critico – fosse anche esclusivamente polemico – con il movimento operaio, la sinistra ‘storica’, il marxismo e la produzione (equivocati e mal compresi quanto vuoi). Dal momento in cui invece l’oggetto del contendere diventano più genericamente i “consumi”, i giornali, le televisioni, lo sviluppo, la globalizzazione e tutto il resto, secondo me anche quel residuo di ‘sinistra’ che era presente nei movimenti si dissolve, e resta solo la chiacchiera postmoderna pura.
Ancora una cosa (procedo a pizzichi e bocconi perchè rifletto man mano sulla questione
): secondo me non c’è stato nessun assalto “materiale” dei movimenti ai partiti; alcuni militanti e dirigenti e molti altri formatesi in quell’area sono confluiti dopo il settantasette nel PSI molto più che non nel PCI (anche a causa dei fatti di cui si diceva prima: il PCI era identificato con il compromesso storico, lo Stato e la polizia, quindi era precisamente il “nemico”); ma mio avviso contano molto ma molto di più quelli che sono andati a lavorare a Mediaset, a Repubblica, nella televisione, nei giornali, nello spettacolo, nella pubblicità, etc.
E questo perchè essenzialmente ciò che si è impadronito non dei partiti, ma della società, sono le idee: tra gli anni settanta e gli ottanta – con il contributo determinante sia dei movimenti che della cultura in generale – si è onnipervasivamente diffusa una certa prospettiva che non è nemmeno la prospettiva *dei* movimenti tout court, ma che però è consonante con quella in molti aspetti essenziali (l’enfasi sul punto di vista dei “consumi”, un certo modo riduttivo di guardare all’economia e ai processi produttivi, il valore determinante della comunicazione, etc.). A un certo punto quella modalità ha raggiunto un tale livello di egemonia nella cultura, nei media e nella ‘società civile’ da potersi accreditare come l’unica accettabile e possibile – in ogni ambito e prescindere dagli orientamenti politici – per rapportarsi alle questioni sociali, politiche, culturali e di ogni altro tipo, e a quel punto i partiti (probabilmente condizionati in questo anche da loro limiti storici, sui quali si dovrà indagare) si sono semplicemente adeguati.
Memorabile “riflessione” di Sua Barba sulla ‘società civile’:
http://www.repubblica.it/politica/2010/01/17/news/scalfari_17_genn-1978073/
Cita persino Marx (un po’ a vanvera, ma insomma)
>ma mio avviso contano molto ma molto di più quelli che sono >andati a lavorare a Mediaset, a Repubblica, nella televisione, >nei giornali, nello spettacolo, nella pubblicità, etc
Ecco…ma come è stato possibile che i vari compagni Sandro Bondi o Paolo Liguori (e tanti tanti altri) si siano asserviti al Nano? Non è un po’ in contraddizione con gli ideali di un tempo? Si e’ trattato di rinsavimento? Del colore dei soldi?
Per non parlare poi dei carrieroni dei vari Lerner e Ferrara…
Integrissimi compagni, dalla specchiata moralita’ e dalle indiscusse capacita’ intellettuali, catturati, malgrado loro, dalla marea nera del riflusso?
hammu sottoproletario antipolitico e anti antipolitico
Vabbè, forse non è chiaro il discorso.
Io non mi sogno nemmeno lontanamente di dire che nessuno di questi che tu citi sia espressione di qualsivoglia integrità o moralità. secondo me NON è in contraddizione con gli ideali di un tempo.
Mi piacerebbe che fosse chiaro che a me di questa “sinistra”, di quello che era e di quello che è diventato non me ne importa un bel niente.
Io sto dicendo una cosa completamente diversa, e cioè che sono convinto che ci voglia una sinistra, un’altra sinistra, una sinistra da inventare e costruire da zero, con lo studio, la ricerca e l’approfondimento dei problemi.
il movimentismo, sia del 68, sia del 77 conteneva gia’ in se’ in nuce il riflusso per l’assenza di un progetto politico globale e per il suo edonismo/rampantismo striscianti…
“Diventerete tutti notai”, diceva il buon Eugenio…
Se non si impara da questi madornali errori, dal desiderio sotteso al contropotere di diventare potere, se non si acquisisce un minimo di etica, se non si comincia da qui, qualunque palingenesi della sinistra e’ destinata a fallire (proverbio babilonese)
hammu
Sono completamente d’accordo!
Però anche la ricerca di studiare adeguatamente i problemi è un fatto etico, e a me sembra che nella stragrande maggioranza dei casi il massimalismo di default dei movimenti sia sempre stato un enorme ostacolo a questo fine, e sta continuando ad esserlo.
> la ricerca di studiare adeguatamente i problemi è un fatto >etico
certo, non lo discuto, anzi lo dico con una punta d’invidia: beato te che puoi studia’ notte e dia… ma chittefinanzia? I tuoi concerti de rumore? Il papa? Il papa’?
Cmq bravo continua a studia’!
hammu